Osama Bin Laden

Osama Bin Laden è morto nel raid dei Navy Seals americani nella notte tra domenica 1 Maggio e lunedì 2 Maggio ad Abbottabad, in Pakistan. Ne da conferma anche Al Qaeda attraverso internet. La morte del criminale più ricercato al mondo ha da subito riportato al centro dell’attenzione il tema terrorismo. Negli Stati Uniti il pensiero che va per la maggiore è quello che con la morte di Bin Laden si è chiusa un’era, si è messa una pietra sopra gli accadimenti dell’11 Settembre, l’America ha avuto la sua vendetta. Appena la notizia si è diffusa l’entusiasmo ha dato vita a grandi festeggiamenti lungo tutti gli States, la gente si è radunata nelle piazze a festeggiare e brindare al grido di “USA USA”. L’altra faccia della medaglia è che l’allarme terrorismo è cresciuto nuovamente, si teme la sete di vendetta di Al Qaeda, si temono atti dimostrativi d’impatto. Qualcuno prova a teorizzare un indebolimento dell’organizzazione terroristica dovuto appunto alla perdita del capo spirituale, del leader indiscusso. In verità è opportuno sottolineare come Al Qaeda non sia un’organizzazione a struttura piramidale bensì a struttura ramificata sui territori, una sorta di franchising, tipo Mc Donald’s. Ogni cellula nasce e si sviluppa in maniera autonoma e indipendente rispetto alle altre. Ecco perchè la morte di Osama Bin Laden è certamente un colpo inferto al terrorismo ma è un colpo più che altro morale, psicologico più che strutturale. In parole povere non si può dire che oggi il mondo è più sicuro rispetto a un mese fa. E questo lo sanno bene tutti gli Stati del mondo, compresi gli USA che di fatti hanno anche loro intensificato le misure di sicurezza anti-terrorismo. E quindi? tutti i festeggiamenti, i brindisi, i cori… per cosa erano? Solo e semplicemente per il decesso di Bin Laden con cui gli americani avevano un conto in sospeso, nessuno può sognarsi di attaccare gli Stati Uniti e restare vivo, l’America non perde mai. La mentalità della super nazione, del sorriso beffardo dopo la vittoria, del “te l’avevo detto che avremmo vinto noi” a cui ormai siamo abituati. Migliaia di persone in piazza che festeggiano la morte di un uomo, un uomo che probabilmente poteva essere più utile da vivo, prigioniero… ma ormai è morto e giustizia è stata fatta, o no!?

Perché non vai mai in chiesa? Ma non credi? Come mai? Dovresti parlare con un parroco che conosco, ti potrebbe essere utile!

Non credo in alcuna religione ma credo in Dio o, perchè no, negli Dei.

Entità superiore/i all’origine del mondo, i perchè mi sfuggono, i fini anche.

Dopo morti sapremo o forse non sapremo mai niente.

Condivido i princìpi cristiani di fratellanza, amore e solidarietà.

Altro non so.

Ora scusate, vado a vivere

Destra e Sinistra

Quando parliamo di crisi della politica ci riferiamo quasi sempre alle vicende di casa nostra, alle vicende italiane. A mio parere assistiamo in questi anni a una crisi della politica da leggere su di un duplice livello, una crisi europea e mondiale e poi una crisi tutta italiana. Negli ambienti delle “sinistre” si osserva con crescente preoccupazione l’avanzare delle “destre” ai governi di tanti paesi così come l’aumento dei consensi per i partiti xenofobi e neofascisti che erano ormai da parecchi anni ai minimi termini e che invece conoscono, in questi ultimi 10 anni, molti più consensi elettorali. Si possono citare Francia,  Germania e tanti altri paesi. Due sono gli eventi scatenanti, l’11 Settembre e le difficoltà di proposta. Il caro Bin Laden ha fatto veramente centro, l’11 Settembre 2001 ha cambiato il mondo. Ha insinuato nelle persone paura, timore, fragilità e consapevolezza. Consapevolezza di essere vulnerabili. La paura è uno dei più grandi deterrenti che esistano ed è un terreno dove hanno gioco facile i partiti di estrema destra che cavalcano sentimenti di paura e odio verso l’ignoto, verso “lo straniero”. Poi c’è il problema più grosso, il nodo intorno al quale ruota la crisi della politica europea e più in particolare la crisi della “sinistra”. Non voglio annoiarvi parlando della storia del capitalismo, della storia della globalizzazione e dei meccanismi che hanno portato alla loro nascita e alla loro affermazione. Partiamo dalla fine, la loro affermazione. Il capitalismo e la globalizzazione hanno vinto, hanno nettamente vinto la partita sulle grandi scelte economiche, sulle grandi scelte dei mezzi di produzione. Il mondo ha deciso di darsi questo tipo di assetto. Capitalismo e globalizzazione hanno portato con se molti benefici ma hanno portato anche molte storture. Molti parlano di capitalismo imperfetto, di globalizzazione selvaggia e senza regole. Grandi ingiustizie, crisi economiche e mancanza di qualità di settore sono sotto gli occhi di tutti. Ed è qui che esplode la  crisi della “sinistra”. La “sinistra” europea e mondiale, dinanzi alla situazione che ho delineato, non riesce a farsi promotrice di un’alternativa. E’ su questo campo che si gioca la partita, sul campo economico. La “sinistra” non riesce a dare alla gente l’alternativa di un mondo migliore, non ha idee, è confusa, vivacchia sulle contraddizioni del mondo e sulle proprie contraddizioni interne. Non sa bene se lavorare sulla falsariga attuale e aggiustare qualcosa o cambiare totalmente registro. Non sa bene se allontanare i comunisti o accoglierli nel suo seno. Non sa. E quando la gente vede qualcuno che non sa sceglie di conseguenza l’altro. Le “destre” invece sanno. Sanno che sposano il sistema attuale, sanno che dopo l’11 Settembre la gente vuole sicurezza. Sanno che il loro pragmatismo contrapposto alle speculazioni quasi filosofiche degli altri li porterà a vincere. Sanno che il conservatorismo, il protezionismo e l’organizzazione vincono con facilità contro l’aleatorio, il confuso e il disorganizzato. Una destra conservatrice ma decisa contro una sinistra senza idee ha gioco facile. Passiamo ora agli affari di casa nostra. In Italia la situazione è ancora peggiore. Peggiore perchè tutto è in mano a pochi, peggiore perchè paradossalmente la “sinistra” italiana è più conservatrice della “destra”. Sembra strano a dirsi ma è proprio così. Berlusconi ormai ne combina di tutti i colori ed è sin troppo facile sottolinearne i difetti e i limiti. Proviamo però a mettere da parte il merito e a guardare soltanto il metodo e l’approccio. Berlusconi certamente non può essere definito un conservatore. Ha completamente stravolto il modo di vivere del paese, tanto la politica quanto la televisione, lo spettacolo e via discorrendo. Probabilmente lo ha cambiato in peggio ma ripeto, prescindiamo per un momento dal giudizio di merito. Sono passati quasi 20 anni dall’arrivo di Berlusconi e lui ha certamente cambiato l’Italia. Guardiamo ora la sinistra. Non solo nelle occasioni di governo che ha avuto non ha cambiato e riformato praticamente nulla ma anche stando all’opposizione, che è un compito facilitato rispetto a quello di governare, non ha nulla da dire. Rifletteteci un attimo, Berlusconi è intervenuto sul lavoro, sulla scuola e in questi giorni è in ballo la riforma della giustizia. Tutte riforme probabilmente limitate, dannose o anche retrograde. Ma la sinistra cosa ci dice? Oltre al disappunto verso Berlusconi qualcuno è in grado di spiegare la riforma della giustizia che vorrebbe la sinistra? O quella della scuola? O quella del lavoro? A parte i proclami del tipo “basta con il precariato” “questo è un attacco alla magistratura” “viva la scuola pubblica”…. cosa ci propone la sinistra? Il silenzio più totale… Lo scenario che abbiamo davanti è purtroppo questo, un centro-destra cattivo riformista e una sinistra conservatrice! Avrete fatto caso che lungo tutto il mio articolo ho scritto le parole destra e sinistra tra virgolette. Non è una maniacale attrazione verso le virgolette ma semplicemente un modo per prendere con le pinze queste due parole. «Sinistra» e «destra» sono due categorie ottocentesche che vengono riprese, spesso  in modo strumentale, per cercare di conquistare un blocco di elettori piuttosto che proporsi e legittimarsi con idee, alternative e capacità di governo che sono la cifra del riformismo. Ritengo ormai superata questa distinzione “formale” e mi orienterei più sulla efficace distinzione tra riformismo e conservatorismo. E qui emerge in tutta la sua inevitabilità la crisi politica tutta italiana con conservatori diffusi un po’ in tutti gli schieramenti e riformisti che sgomitano per farsi spazio in altrettanti schieramenti. Ecco quindi che si giunge alla personalizzazione della politica, all’individuazione cioè che l’elettore fa relativamente alla persona, al singolo. Un sentimento molto diffuso degli italiani è ormai quello del “sono tutti uguali”. PDL e PD sono due facce della stessa medaglia. E non mi sento di dare torto a chi sostiene questa tesi. Si cerca quindi il politico, il candidato che “personalmente” ispira più fiducia. E può trovarsi tanto a “destra” quanto a “sinistra”. In una politica con poche idee e fondata sulla persona, Berlusconi… non può che vincere!

Treves - Rino de Martino

La libreria internazionale Treves è la libreria più antica di Napoli. Centro culturale della città per tutto il ‘900 ha vissuto, negli ultimi anni, periodi burrascosi con le istituzioni. Ho intervistato il titolare della libreria Gennaro de Martino detto Rino per avere qualche notizia in più dato che, anche su internet, c’è un generale disinteresse sulla storia e sulla sorte di questa famosa libreria. Ci siamo incontrati all’interno della libreria, a Piazza del Plebiscito. Mi ha accolto con molta gentilezza e disponibilità, ci siamo seduti intorno a un tavolino e questo è quello che mi ha raccontato:

Ci racconti un po’ la storia della libreria

La libreria Treves aprì a Napoli nel 1894 ed era una delle “filiali” dei fratelli Treves editori dal 1861. Nel 1939, a causa delle leggi razziali che impedivano ai cittadini di religione ebraica l’esercizio di attività industriali, la casa editrice dovette cessare l’attività e fu rilevata dall’industriale romagnolo Aldo Garzanti, che la trasformò nella propria casa editrice (Garzanti). Con il passare del tempo le librerie conobbero una forte crisi a causa dell’economia sempre più incentrata su prodotti su larga scala e in generale su prodotti diversi e più “globalizzati”. La maggior parte quindi chiuse i battenti oppure si trasformò in qualcos’altro. L’unica che rimase in vita fu la libreria internazionale Treves di Napoli. La libreria è stata per tanto tempo al centro della vita culturale partenopea, ha ospitato personaggi del calibro di Croce, D’Annunzio, dal Presidente Napolitano e tanti altri. Poi nel 1994 mio fratello, assieme a due soci, ha rilevato la libreria e nel 2000 sono arrivato io.

E proprio nel periodo immediatamente successivo al suo arrivo sono iniziati problemi che hanno poi portato la libreria nel 2006 al  trasferimento dalla storica sede di via Toledo a quella attuale di Piazza del Plebiscito…

Già, proprio così. Appena sono arrivato mi sono trovato ad affrontare un grosso problema. Scoprimmo che il vecchio gestore aveva già ricevuto lo sfratto per finita locazione. Ricorremmo al Tar avvalendoci del vincolo storico del Ministero per i beni culturali e ambientali. Lì vincemmo poi però il Consiglio di Stato si pronunciò a favore della proprietà sancendo che la libreria Treves non aveva i requisiti richiesti per il vincolo. A quel punto… restava poco da fare. Ci sono state commoventi manifestazioni di solidarietà da parte della società civile, di moltissimi intellettuali, artisti, politici di ogni schieramento. Il Comune ci venne incontro dicendo che la libreria Treves poteva diventare il punto di riferimento di un Polo della cultura proponendoci il trasferimento nel luogo più caratteristico della città e probabilmente una delle piazze più belle del mondo, Piazza del Plebiscito. Ci promisero inoltre che l’intera area sarebbe stata riqualificata.

E infatti il 2 febbraio 2007 in un’intervista su Chiaia Magazine Lei disse che il Comune di Napoli le aveva promesso che i locali sotto il porticato sarebbero stati fittati per consentire l’apertura di un Caffè Letterario, un Ristorante dell’Arte, negozi di artigianato… e invece?

E invece non è avvenuto niente di tutto ciò. I locali sotto il porticato sono di proprietà del F.E.C. (Fondo Edifici di Culto ndr) e quindi del Ministero dell’Interno il quale li diede in locazione al Comune di Napoli nel 1999 con lo scopo di riqualificare la zona con attività culturali e commerciali. Attraverso un bando il Comune avrebbe poi dovuto concedere o sub-affittare i locali ad attività di questo genere. E invece non è andata così, sono stati fatti due bandi che sono stati praticamente disertati per motivo poco chiari. Fino ad oggi il Comune di Napoli, e quindi i napoletani, ha pagato “inutilmente” il fitto al Ministero dell’Interno per una cifra che secondo me si aggira intorno a un milione di euro.

Peraltro la Piazza andrebbe riqualificata nel suo complesso e non solo con l’apertura di nuove attività…

Assolutamente si. Piazza del Plebiscitò è abbandonata a se stessa. Intonaco che cade, la sera non c’è illuminazione, bande di teppisti girano con i loro motorini, imbrattano muri e monumenti, il porticato diventa una sorta di orinatoio per senzatetto e vandali di ogni risma.

Poco tempo fa è stato accoltellato un ragazzino di 13 anni…

Appunto. Nessun controllo, dopo le 8 di sera questa zona diventa terra di nessuno. Più volte l’Assessore alla Cultura Oddati ha fatto pubblici annunci dove prometteva la riqualificazione della zona ma appena si spegnevano i riflettori dei media tutto cadeva nel dimenticatoio.

Oggi la libreria Treves è di nuovo sulle cronache di tutti i giornali. Il Comune ha chiesto circa 140.000 euro per il fitto dei locali ponendo la libreria in una situazione di grande difficoltà. Cos’è successo esattamente?

A Gennaio di quest’anno abbiamo ricevuta una lettera dalla Romeo Gestioni, società che gestisce gli immobili del Comune di Napoli.  In questa lettera ci veniva chiesto un incontro per stipulare un contratto con validità antecedente la data odierna cioè un contratto che avrebbe avuto effetto dal giugno del 2006 fino a giugno 2012. E mi chiedevano inoltre di pagare l’equivalente di quello che loro pagavano al Ministero dell’Interno cioè 140.000 euro circa.

Com’è andata a finire?

Ho chieso un incontro con l’Assessore al Demanio, Marcello D’Aponte. All’appuntamento l’assessore non venne ma riuscii a parlare con un funzionario che mi disse che non c’erano soluzioni, dovevamo pagare. Ho fatto notare che mi era stato detto che avremmo parlato di fitto solo dopo la partenza del progetto di riqualificazione della piazza e che inoltre mi stavano chiedendo di pagare un fitto per il quale nessuno mi aveva mai chiesto di firmare un contratto. Era tutto basato sulla parola e sulla stretta di mano tra me e le istituzioni locali. A quanto pare quella parola data non aveva valore. Addirittura l’assessore ha rilasciato un’intervista a Il Mattino dove ci ha definiti “morosi”. Ora dovrò nuovamente ricorrere alla magistratura e mi spingerò oltre, chiederò a mia volta i danni morali e materiali. Peraltro, dato che in tutti questi anni il Comune non è riuscito nell’intento, dall’anno prossimo i locali torneranno alla gestione del Ministero dell’Interno quindi avrò un nuovo interlocutore.

Ci può fare un paragone tra la vita della libreria in Piazza del Plebiscito e quella in via Toledo?

Come affluenza, visibilità e incassi… uno a mille. Come posizione invece certamente oggi siamo in una cornice splendida ed è un peccato che sia così abbandonata. Peraltro se partisse davvero il progetto di riqualificazione sono sicuro che anche affluenza, visibilità e incassi tornerebbero quelli di un tempo.

 C’è una manifestazione o un evento che lei ricorda con particolare affetto?

Quando ho organizzato il trasferimento da via Toledo a Piazza del Plebiscito. Si formò una catena umana dove ogni persona aveva un libro in mano e lo trasportava sin dentro la nuova sede. Poi abbiamo organizzato molti eventi, uno più bello dell’altro. Ad esempio da 5 anni organizziamo l’evento “Una Piazza per la Poesia” senza pari in Italia. Altra attività molto bella e coinvolgente  è quella degli incontri con i paesi campani “virtuosi”, paesi senza camorra, che praticano la raccolta differenziata, che hanno un tasso di vivibilità invidiabile. Invitai qui in piazza il paese di Prata Sannita. Vennero qui con gli stand, portarono i loro prodotti tipici, la loro cultura. Venne anche il loro Sindaco il quale mi invitò a sua volta, assieme ad altri 50 napoletani, a visitare il loro paese. Fummo loro ospiti, le donne del paese cucinarono nelle loro case e ci portarono da mangiare in un mulino ristrutturato. La libreria Treves ha inoltre istituito un premio, “Un parco per la poesia” che coinvolge tutto il parco del Matese. Le idee ci sono e la volontà anche, speriamo solo che le istituzioni non remino contro.

A proposito di istituzioni, a breve ci saranno le elezioni amministrative. Chiunque vincerà, lei cosa chiede o cosa si aspetta dal nuovo sindaco di Napoli?

Innanzitutto voglio sottolineare l’ennesima figuraccia di un certo schieramento verificatasi con le primarie. Ho assistito personalmente ai brogli, ho visto cinesi che andavano a votare e persone che pagavano “gli elettori” per farli votare 3 o 4 volte per un certo candidato…. E ho denunciato tutto ciò. E poi qual è stato l’esito delle primarie? Non si sa, sono state letteralmente insabbiate. Anche per questo motivo ho preso le distanze da questo schieramento e mi sono candidato in prima persona in una lista civica che appoggia De Magistris. Ad ogni modo… chiunque vincerà… il nuovo Sindaco si troverà in una situazione difficilissima e la priorità dovrà essere il territorio sia dal punto di vista sociale che di strutture. E poi servono severità e controllo, non si può abbandonare la città a se stessa. Accanto a queste difficoltà però la nuova amministrazione si troverà nella condizione di ricevere ingenti somme per il centro storico, il forum delle culture, Bagnolifutura ecc. Sarà una buona occasione per ripartire… e perchè non ripartire proprio da questa piazza?

E’ stato chiarissimo. La ringrazio per il tempo che ci ha concesso e in bocca al lupo

E’ stato un piacere, crepi il lupo!

Louis Armstrong

Spesso la genialità dell’arte sta nella sua semplicità. La capacità dell’artista di esprimere un concetto, un’emozione, un’idea con una frase, un’immagine, una strofa. E’ un dono di pochi e questo dono viene regalato a tutta l’umanità nella sua irraggiungibile bellezza. Non basterebbe una vita intera per provare a spiegare ciò che Ungaretti ha rappresentato con quattro parole, ciò che si nasconde dietro il pennello di Leonardo quando dipinge il quadro più famoso del mondo, ciò che trasmette Michelangelo con il suo Giudizio Universale piuttosto che con La Creazione di Adamo. Tale bellezza trova anche nella musica il suo poeta, l’artista che le rende omaggio con la sua genialità. Il più grande musicista jazz che la storia ha conosciuto, Louis Armstrong, ha regalato al mondo un pezzo di bellezza fatto di dolcissime note che accompagnano una poesia che omaggia la divina bellezza del mondo. What A Wonderful World è un vero e proprio inno alla bellezza e alla semplicità.

Il Bacio di Hayez - Museo Brera

Questa sera voglio parlare di un capolavoro tutto italiano. Ne parlerò da ingenuo osservatore che esterna le proprie sensazioni dinanzi al “bello”. Non sono un esperto di arte anzi ammetto questa mia falla. Purtroppo la mia formazione scolastica mi ha sostanzialmente privato di questa materia ed è una mancanza che avverto con molto fastidio. Ma non è mai troppo tardi! Dicevo che voglio parlare di un capolavoro italiano. Il Bacio di Hayez. Quest’immagine la si ritrova un po’ ovunque, in televisione, sui giornali, sulle copertine dei libri. E’ un’immagine che mi ha sempre trasmesso un sentimento di grande coinvolgimento, passione, romanticismo e di “antico”. Ingenuamente chiesi cosa fosse questa tela e mi venne risposto “Come sarebbe? E’ Il Bacio di Hayez, è famosissimo!”. Rosso in volto e con la coda tra le gambe andai a documentarmi. E scoprii che oltre alle soavi sensazioni che provavo nel vederlo il quadro presentava anche significati storici e politici di grande importanza. Il Bacio è un olio su tela realizzato da Francesco Hayez nel 1859 su ordine di Alfonso Maria Visconti. Di questo dipinto esistono quattro versioni. La prima, quella del 1859, si trova nella Pinacoteca dell’Accademia di Brera a Milano. Il colore verdognolo del cappello assieme al bianco delle maniche della ragazza, al rosso della calzamaglia e all’azzurro del vestito richiamano il tricolore italiano e la bandiera francese a suggello dell’amicizia tra Italia e Francia contro l’Austria stipulata attraverso gli accordi di Plombierès nel 1858. Una seconda versione è molto simile alla prima ma più piccola e si trova in una collezione privata. Una terza versione, appartenente anche questa a una collezione privata, evidenzia cromaticamente ancora meglio il momento storico dell’accordo italo-francese evidenziando con un verde più acceso la parte esterna del mantello e inserendo un velo di colore bianco disteso sui gradini. La quarta versione fu realizzata nel 1861 per la famiglia Mylius ed è stata venduta all’asta il 12 novembre 2008 da Sotheby’s a Londra. Qui scompaiono i riferimenti francesi e il dipinto assume i toni dell’omaggio all’Unità d’Italia con il vestito della ragazza che diventa bianco.

Questo è Il Bacio di Hayez, tra amore, storia e politica. In una sola parola: passione.

Il Bacio di Hayez - Collezione Privata

Il Bacio di Hayez - Collezione Privata

Manifestanti al Porto di Napoli

Lampedusa. Isoletta dell’estremo sud da sempre afflitta dal problema degli sbarchi di persone provenienti dal Nord-Africa. Di questi tempi quest’ isoletta è sulle prime pagine di tutti i giornali a causa dell’elevatissimo afflusso di extracomunitari. Parliamo di migliaia e migliaia di persone che giungono su un isola di poco più di 5000 abitanti. Facciamo un po’ di chiarezza. Purtroppo la difficoltà di affrontare un ragionamento su questi temi porta sempre con se il rischio di poter apparire come “il cattivo” o “il razzista”. Così come se ci si avventura nel dire che l’Occidente è opportunamente intervenuto in Libia per difendere la popolazione si viene facilmente accusati di essere dei guerrafondai. Premetto quindi che non sono né un guerrafondaio e tanto meno un razzista ma al contrario sposo in pieno le politiche che si dirigono verso una sana integrazione di popoli e culture. Detto questo… torniamo a noi. Le figure di Immigrati, Profughi e Clandestini sono tre figure distinte e nettamente separate. L’immigrato è colui che va in un paese, con tutti i documenti che quel paese richiede, si stabilizza, lavora, magari in futuro chiede anche la cittadinanza. Il profugo di guerra è colui che “fugge” da un paese afflitto da un conflitto armato (scusate il gioco di parole) pregiudizievole della sua incolumità e chiede asilo politico a uno stato estero. Il clandestino è colui che, privo di documenti o addirittura con documenti falsi, lascia il proprio paese per approdare in un altro. In questi casi si procede al rimpatrio della persona. Ci tengo a precisare che la figura del clandestino non è una figura razzista o di invenzione italiana ma è una figura che nasce dall’evidente esigenza di qualsiasi Stato di non consentire un afflusso indiscriminato di persone non meglio identificate per ragioni di sicurezza e verosimilmente anche di numero. Circa l’80% delle persone sbarcate a Lampedusa in questi mesi sono…indovinate un po’…clandestini! Sono in prevalenza tunisini, quindi non provenienti da una zona di guerra. Sono esseri umani e come tali vanno trattati, su questo non c’è dubbio. Ma attenzione al solito buonismo di qualcuno che va nei porti con i cartelloni di Benvenuto per mettere in evidenza la propria diversità dai “razzisti” che dicono che queste persone dovrebbero tornare nel loro paese. In questi giorni il Governo sta finalmente provvedendo, con colpevole ritardo, a smistare queste persone su tutto il territorio e dare finalmente un po’ di respiro a Lampedusa. Ma non perdiamo di vista che queste persone, che certamente avranno situazioni difficili alle spalle, sono però clandestini per la gran parte. E come la legge di ogni Stato prescrive devono essere rimpatriati. Umanamente, e non lo dico con retorica, dispiace certamente che queste persone conducano una vita di enormi difficoltà. Ma uno Stato non può dispiacersi e prendersi carico dei problemi di vita del singolo. Non può farlo per gli italiani e non può farlo per gli stranieri. E’ in corso una trattativa tra il Governo Italiano e quello Tunisino per tentare di bloccare queste partenze verso l’Italia. Effettivamente credo che “chiudere il rubinetto” com’è stato detto, sia l’unica soluzione sensata. Potrei dilungarmi e citare sul banco degli imputati l’Europa che ritiene che questo sia un problema solo italiano ed evita di intervenire quando è palese a tutti che il problema è italiano solo per motivi geografici di vicinanza della costa ma politicamente il tema andrebbe affrontato e risolto a livello europeo. E ci sarebbe molto da dire. Ma concludo qui, il mio intento era solo quello di fare un po’ di luce sulla questione ed evitare il facile buonismo. A parole sono bravi tutti ma bisogna ricordarsi che bisogna ragionare “collegialmente” tenendo presente le esigenze del singolo “all’interno” dello Stato e non del singolo aldilà dello Stato.